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Avvventura ad Atlantide

Marco Labino era un ragazzo di undici anni e viveva in Sardegna. Era un bambino normale: andava a scuola, giocava con i suoi amici e desiderava tanto entrare a far parte di un prestigioso club di calcio in Serie A. Marco, però, aveva un sogno più importante degli altri: quello di andare in spiaggia. Sembrerà un sogno strano, ma marco era un ragazzo albino. Certo lui soffriva per questa malattia e per fortuna i suoi compagni di scuola non lo prendevano in giro. Per lui l’estate era la stagione peggiore: guardava il mare dalla finestra di casa e piangeva soffrendo in silenzio. Marco, però, era molto fortunato: i suoi genitori gli volevano bene a tal punto che decisero di trasferirsi (perdendo anche il lavoro) in Valle d’Aosta, dove il clima era più freddo e le difficoltà per Marco sarebbero state minori. Il ragazzo, essendo molto socievole, in qualche settimana riuscì a farsi volere bene da tutto il paese.
Marco ora non sognava più di andare al mare; ora poteva passeggiare in montagna. E fu proprio durante un’escursione su un pendio che la sua vita cambiò. «Allora vado. Ciao, mamma.» Aveva esclamato Marco uscendo di casa con l’intenzione di avventurarsi per un sentiero di una montagna vicina a casa sua. La giornata era però ventosa e, in men che non si dica, si scatenò un temporale. Il ragazzo riuscì a rifugiarsi in una grotta. Faceva molto freddo e marco stava per addormentarsi, quando, all’improvviso, sentì un forte rumore ed un’onda entrò nella grotta. Il ragazzo non ebbe neanche il tempo di muoversi che l’onda lo travolse. Quando il ragazzo si risvegliò era terrorizzato: si trovava sommerso in una grande quantità d’acqua e non riusciva a respirare. All’improvviso un delfino fece capolino da dietro uno scoglio. Il mammifero notò subito il ragazzo e la sua meraviglia fu espressa da un urlo: «Per la pinna di Nettuno, cosa ci fai qui?». Marco restò perplesso nel sentire un animale parlare la sua stessa lingua e così decise di raccontargli tutta la sua storia.
«Io mi chiamo Ettore; sappi che sei ad Atlantide» lo informò il delfino. Il ragazzo restò perplesso: aveva sempre pensato che quel luogo non esistesse, come si diceva! Il delfino portò Marco in giro per Atlantide, che si presentava come un’antica città greca, piena di rovine, con un grande anfiteatro. Mentre il ragazzo contemplava i monumenti, sirene e persone mezze uomo- mezze pesce si affacciavano alle finestre e restavano stupiti alla vista del ragazzo. Egli sentiva sussurrare: «Per la barba di nettuno, è arrivato!». Centinaia di occhi fissavano il ragazzo e quegli attimi furono i più imbarazzanti della vita di Marco. Infine fu condotto in un edificio molto simile al Partenone di Atene. In mezzo ad esso c’era un enorme trono con sopra un tritone.
«August, il nostro ospite è arrivato!» esclamò Ettore.
Il tritone fu alquanto sorpreso alla vista di marco e gli rivolse la parola chiedendogli di conoscere la sua storia. August, alla fine del racconto, mormorò tra sé delle parole incomprensibili e disse: «Mi chiamo August e sono il re di Atlantide. Aspettavamo il tuo arrivo».
Marco restò sorpreso da quest’affermazione ed il tritone, che aveva percepito il suo stupore, tentò di fargli capire il vero significato: «Su Armagis, la montagna di Atlantide, migliaia di anni fa fu combattuta una battaglia tra Nettuno, il dio del mare, ed Eolo, il dio del vento. Come c’era da aspettarsi, fu nettuno a vincere. Eolo, infuriato per la sconfitta, decise di fare affondare Atlantide, ma la magia di nettuno era più potente e riuscì ad effettuare una contro-magia prima che Atlantide fosse sommersa dalle onde. La magia di Nettuno è stata scritta su di una roccia e permetterà al nostro regno di riemergere, a patto che un ragazzo coraggioso sconfigga Eris, il drago del mare. Tutti gli abitanti di Atlantide verranno trasformati in uomini per adattarsi all’habitat. Questo eroe sei tu». Marco rispose: « Ma sei proprio sicuro che sia io? Esistono tanti ragazzi coraggiosi più di me».
«Tu sei l’unico: sei albino, per cui la tua voglia di sognare e di non arrendersi mai ti valorizzano». Prima che Marco potesse rispondere, si udì un forte boato ed un drago enorme comparve all’orizzonte. Il ragazzo fu colpito soprattutto dalle tre teste che il drago andava minacciosamente ciondolando. «puoi solo sconfiggerlo con il tridente di Nettuno» confidò August, e così dicendo gli consegnò l’arma.
Marco non aveva mai toccato prima di allora un’arma vera e propria, ma, appena sfiorò l’oggetto sacro, fu invaso da un grandissimo coraggio.
Ora Marco era faccia a faccia con il mostro. Il drago colpì il prescelto con un potente colpo di coda ed egli finì contro uno scoglio.
«Usa il tridente» urlò Ettore.
Marco ebbe appena il tempo di agitare l’arma che un raggio di luce uscì dal tridente e perforò il drago che cadde esanime. Marco ce l’aveva fatta!
Improvvisamente un rombo squarciò la quiete degli abissi. Marco udì un forte boato e la terra cominciò a tremare. Un terremoto stava facendo riemergere Atlantide. Marco chiuse gli occhi e provò un sentimento di terrore che aveva solo percepito in vita sua quando fu costretto ad affrontare Eris.
Quando Marco riaprì con coraggio gli occhi vide il Sole. Atlante era riemersa. Il protagonista però si preoccupò molto poiché gli abitanti erano scomparsi. Si ricordò della profezia di Nettuno; così, dopo aver perlustrato la città, ritrovò i suoi amici completamente tramutati in umani: August era diventato un uomo alto e muscoloso, gli erano spuntati i capelli e una folta barba gli attraversava il viso donandogli un aspetto fiero e maestoso.
Ettore, invece, si era trasformato in un ragazzo circa della sua età e Marco riuscì a distinguerlo solo per la sua faccia giocherellona della quale poteva vantarsi anche quando era ancora un delfino.
«Tutto ciò è successo grazie a te, Marco. Ora finalmente la vecchia Atlantide è riemersa» e così dicendo August alzò le mani in segno di benedizione esclamando: «Io, August Kingsh, centocinquantaduesimo imperatore di Atlantide, dichiaro l’inizio di una nuova era e conferisco a Marco Labino, predestinato scelto da Nettuno in persona, primo re albino, il titolo di Imperatore!».
L’entusiasmo della folla dilagò in un caloroso applauso per Marco, che di certo non si aspettava la assegnazione di questo prestigioso titolo.
«Ringrazio tutti, ma non osso accettare – dichiarò il ragazzo – sono orgoglioso di ciò che ho fatto per voi e dell’importanza che mi attribuite, ma il mio posto non è qui: è a casa con la mia famiglia. Se è possibile vorrei tornare a casa».
Un silenzio echeggiò tra la folla, ma alla fine tutti furono d’accordo con l’esclamazione di Marco.
«Sei sicuro di ciò che fai?» domandò August.
«Sicurissimo» gli confidò il ragazzo e così dicendo iniziò a salutare tutti con tristezza.
Successivamente August esclamò :«O Nettuno, padrone del mare, soddisfa il desiderio di questo ragazzo».
Per la seconda volta un’onda investì il protagonista.
Marco aprì gli occhi: si era addormentato. Si guardò intorno e si accorse che era tornato in Valle d’Aosta. I suoi vestiti erano fradici e il ragazzo non capì se per la pioggia o per essere stato veramente ad Atlantide. All’inizio il ragazzo albino non seppe affermare se l’accaduto fosse stato un sogno o se fosse la pura realtà, fino a quando non ritrovò dentro la tasca dei pantaloni una corona e una conchiglia con incisa la frase: «Gli Imperatori di Atlantide non si scordano, neanche se lo sono stati per pochissimo tempo».

Scritto da Alessandro Airola

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